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Intese sui prezzi. La legge non le consente

A cura di Andrea Arnaldi | pubblicato su La Clessidra di ottobre 2016

Uno dei principi cardine che da sempre governa lo svolgimento delle attività imprenditoriali all’interno dell’Unione Europea è quello che sancisce la inviolabilità della libera concorrenza, cioè il divieto assoluto (salvo rare eccezioni giustificate da stringenti condizioni) di porre ostacoli di qualunque genere alla libertà imprenditoriale ed ai tentativi di limitare o falsare il gioco della concorrenza.
I presupposti di questo principio sono la necessità di tutelare la libera impresa e quella di offrire al consumatore finale la più ampia e libera offerta commerciale in termini di prodotti e servizi a prezzi che sono sempre più competitivi proprio perché frutto di un quotidiano confronto tra imprese concorrenti.
Chiunque svolga attività d’impresa a qualunque livello all’interno del mercato dell’Unione, deve prestare quindi la massima attenzione a questa regola aurea, sulla cui base sono sempre vietati gli accordi o le pratiche concordate tra imprese o le decisioni di consorzi, associazioni di imprese ed altri organismi similari che abbiano per oggetto o per effetto di impedire, restringere o falsare in maniera consistente il gioco della concorrenza all’interno del mercato nazionale o in una sua parte rilevante.
Attenzione quindi agli accordi esplicitamente presi (documenti, lettere, accordi, contratti, scambi di corrispondenza, eccetera) così come alle pratiche realizzate di fatto su un determinato mercato anche in assenza di un accordo formale.
Tali accordi e pratiche sono certamente contrari alle norme europee se conseguono o si prefiggono di conseguire i seguenti risultati:

  1. fissare direttamente o indirettamente i prezzi d’acquisto o di vendita ovvero altre condizioni contrattuali;
  2. limitare o controllare la produzione, gli sbocchi, lo sviluppo tecnico o gli investimenti;
  3. ripartire i mercati o le fonti di approvvigionamento;
  4. applicare, nei rapporti commerciali con altri contraenti, condizioni oggettivamente diverse per prestazioni equivalenti, così da determinare per essi ingiustificati svantaggi nella concorrenza;
  5. subordinare la conclusione di contratti all’accettazione da parte degli altri contraenti di prestazioni supplementari che, per loro natura o secondo gli usi commerciali, non abbiano alcun rapporto con l’oggetto dei contratti stessi.

Tutte queste intese o pratiche sono nulle ad ogni effetto ed espongono le imprese a un regime sanzionatorio pesantissimo. Con la decisione che accerta un’infrazione grave l’Autorità dispone, tenuto conto della gravità e della durata dell’infrazione, “l’applicazione di una sanzione amministrativa pecuniaria fino al dieci per cento del fatturato realizzato in ciascuna impresa o ente nell’ultimo esercizio chiuso anteriormente alla notificazione della diffida”, ai sensi dell’articolo 15, comma 1, della legge n. 287/90. Il fatturato da considerare è quello mondiale.
In una delibera del marzo 2014, l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato rileva che “… affinché la sanzione abbia un’effettiva efficacia deterrente, è almeno necessario che essa non sia inferiore ai vantaggi che l’impresa si attende di ricavare dalla violazione…”.
Gli accordi in questione possono essere verticali o orizzontali.
Per “Accordo verticale” si intende un accordo tra operatori che si trovano a diversi livelli della catena commerciale: ad esempio, tra Produttore e Grossista o tra Grossista e Rivenditore.
Per “Accordo orizzontale” si intende un accordo tra operatori concorrenti, ossia tra operatori che si trovano allo stesso livello della catena commerciale: ad esempio, tra più Produttori e/o tra più Grossisti o Rivenditori.
Il venditore, come accade di frequente (e giustamente) nel mondo dell’orologeria, può raccomandare i prezzi di rivendita applicabili dal cliente e può anche pretendere che il suo rivenditore autorizzato non venda a prezzi vili, tali da potere sminuire l’immagine di prestigio del prodotto. Quello che non è consentito è agire in alcun modo, diretto o implicito, con incentivi o con disincentivi, per influire sulla libera determinazione dei prezzi da parte del proprio cliente imprenditore al di là dei limiti sopra accennati.
L’espressione “prezzo consigliato al pubblico” è lecita in quanto atto unilaterale del soggetto che commercializza all’ingrosso un determinato prodotto, a cui può seguire o meno, in tutto o in parte, l’adeguamento da parte del rivenditore, ma senza che vi sia un accordo e tantomeno un obbligo al riguardo.
Insomma, qualsiasi forma di accordo tra fornitore e i rivenditori, perché i prezzi consigliati siano in effetti rispettati, è illecita.
L’autorità che intenda contestare un qualche accordo sui prezzi, deve fornire la prova di una condotta per lo meno consenziente da parte del rivenditore, non essendo sufficiente, ad esempio, la mera appartenenza del medesimo alla rete di vendita costituita dal fornitore.
Ogni situazione va valutata caso per caso con riguardo al contesto economico e commerciale ed agli effetti sul mercato di riferimento. Non esisterà mai un accordo formale magari avente per oggetto “Determinazione concordata dei prezzi di vendita”: le violazioni di questo intangibile precetto normativo vanno cercate nella prassi commerciale e tra le pieghe di accordi formalmente ineccepibili. Molto spesso sono i dettagli a fare la differenza, cioè le sfumature, la impostazione di una frase all’interno di una comunicazione, il testo di una mail, una tematica sensibile posta all’ordine del giorno o in verbale di una riunione tra imprenditori magari nell’ambito della propria Associazione di categoria.
Le raccomandazioni alla massima cautela in questa materia non sono mai abbastanza e impongono una attenzione costante e inflessibile da parte di coloro che intendono stare sul mercato rispettandone le regole.

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