Distribuzione selettiva e parti di ricambio
a cura di Andrea Arnaldi | Pubblicato su La Clessidra di gennaio/febbraio 2010

Nei mesi scorsi è tornata agli onori delle cronache, anche grazie a manifestazioni pubbliche che hanno avuto una qualche eco sugli organi di informazione, la questione relativa all’approvvigionamento di parti di ricambio originali.

La vicenda è nota da anni, in realtà, e pone una serie di interrogativi articolarmente complessi. A questo proposito mi si consenta di raccontare brevemente l’episodio di cui sono stato testimone diretto or non è molto: un amico, desiderando donare alla moglie un orologio di fascia alta, si è recato nella gioielleria di un amico il quale, pur non figurando tra i concessionari della marca X (esplicitamente indicata dal cliente come quella di suo desiderio), si è detto disponibile in brevissimo tempo ad “assemblare” l’orologio secondo i desideri del cliente. Ha fatto quindi scegliere il quadrante (forma e colore) ed il tipo di cinturino (tipologia di materiale e colore) ed ha, letteralmente, “prodotto” un orologio ad hoc, semplicemente inesistente nel catalogo della Casa, usando solo componenti originali.

Il mio amico era fiero del suo “pezzo unico”, ma io mi sono posto qualche domanda che riaffiora oggi, nel pieno della disputa sulla libera circolazione delle forniture originali degli orologi di marca.
In estrema sintesi, la querelle vede contrapposti gli orologiai indipendenti (cioè non legati da vincoli contrattuali con le marche di orologeria per la gestione di servizi di assistenza tecnica) e le Case produttrici.

I primi chiedono di poter avere libero accesso alle forniture di marca per poter svolgere al meglio il loro lavoro e garantire riparazioni di qualità utilizzando componenti originali, mentre le seconde ritengono di avere il diritto di tutelare la qualità degli interventi di assistenza tecnica attraverso la loro rete di centri di assistenza.

Inoltre, e la questione non è evidentemente di poco conto se si considera l’enorme dimensione dell’industria della contraffazione, le Case hanno tutto l’interesse ad impedire una diffusione incontrollata di ricambi originali che contribuiscono ad alimentare il mercato dei prodotti contraffatti.

Ciascuno dei “contendenti” ha le sue ragioni e sono ragioni fondate e rispettabili. Tutti si appellano alla libertà di impresa e reclamano il diritto a lavorare o quello a determinare le proprie politiche commerciali e distributive. Tutti, inoltre, si ergono a difensori dei diritti del consumatore: secondo i tecnici orologiai il consumatore ha diritto a scegliere liberamente il laboratorio tecnico di sua fiducia e di ottenerne il miglior intervento possibile, secondo le Case, viceversa, il consumatore ha diritto a un’assistenza tecnica di prim’ordine ed estremamente qualificata, come solo quella erogata dai Centri di assistenza delle Marche è in grado di assicurare.

L’impasse su questo tema dura da anni e i tentativi di trovare soluzioni negoziali sono regolarmente naufragati. Da tempo sono anche state avviate azioni dirette ad ottenere soluzioni normative in sede comunitaria, ma, fino ad oggi, senza alcun esito.
È da oltre dieci anni che si susseguono interventi a livello di istituzioni comunitarie in tal senso, ma fino ad oggi nulla è stato deciso al riguardo.

Nel 2003 i riparatori europei hanno costituito una loro Confederazione (CEAHR) con lo scopo di perorare la causa della libera circolazione delle parti di ricambio e della libertà d’impresa.

Dopo avere incassato risposte negative dalla Commissione, questa combattiva Confederazione ha deciso di giocare la carta della Corte di Giustizia. Non sappiamo ancora se la Corte di Giustizia ribalterà le posizioni fin qui espresse dagli organismi comunitari che si sono espressi su questa spinosa questione. Di sicuro, non sarà facile trovare un equo contemperamento tra esigenze tanto fondate quanto contrastanti tra di loro. Una delle due dovrà, giocoforza, soccombere davanti all’altra. E, comunque vada a finire, si apriranno scenari poco sereni e potenzialmente destabilizzanti per il settore dell’orologeria.

Se la Corte dovesse dare ragione agli orologiai riparatori, potremmo avere una proliferazione di riparatori (bravi e meno bravi), con conseguente riduzione dei tempi per avere le riparazioni e dei costi delle stesse. Per contro, le Case sono sicure che queste riduzioni apparentemente favorevoli al consumatore (tempi e costi) sarebbero negativamente compensate da una riduzione della qualità degli interventi, con il rischio di deprezzamento (per dire il meno) dell’orologio mal riparato e di perdita di valore e di prestigio della marca agli occhi del consumatore. Senza contare il gravissimo danno rappresentato dalla messa in commercio, al di fuori di canali controllati, di componenti originali idonee a favorire il fiorente mercato del falso. Nel caso in cui, invece, dovesse prevalere la linea delle Case, molti riparatori indipendenti avrebbero oggettive difficoltà a restare sul mercato e dovrebbero puntare ad una riqualificazione e/o a un riposizionamento della propria attività. Ci aggiorneremo quando la Corte avrà sciolto il dilemma.

Stampa questa pagina