A proposito di parti di ricambio
a cura di Andrea Arnaldi | Pubblicato su La Clessidra di marzo/aprile 2010

Sul numero di Gennaio/Febbraio 2010 de La Clessidra, è uscito un mio pezzo dal titolo “Distribuzione selettiva e parti di ricambio” che, come era facile attendersi, ha suscitato un certo interesse tra i lettori. Alcuni orologiai, in particolare, hanno preso spunto da questo mio breve articolo ed hanno ritenuto di far giungere alla redazione le loro considerazioni su questa delicatissima tematica. Si tratta di opinioni prevalentemente critiche verso il taglio da me dato alla vicenda, ma tutte esposte con estrema educazione e con sincera volontà di discutere e di difendere il peculiare punto di vista degli orologiai riparatori indipendenti.

Al Direttore, Fabrizio Rinversi, è sembrato giusto ed utile, in una logica di confronto civile e costruttivo, dare a queste opinioni lo spazio che esse certamente meritano ed io ho immediatamente condiviso in pieno questa decisione.

GLI OROLOGIAI SCRIVONO

Vorrei anzitutto riportare alcune delle considerazioni che mi sono parse più significative.

Valerio Romana, Orologiaio in Cuneo e referente della Confartigianato Piemonte per gli orologiai, formula una proposta pratica: la creazione in Italia di una sorta di Albo di Orologiai qualificati, che dopo un esame da una commissione, rilasci loro un certificato che permetta di avere i pezzi di ricambio originali.
A parere del signor Romana, “le Case di alta gamma stanno cercando di monopolizzare il tutto senza pensare che stanno creando gran confusione e creano danni ai loro clienti. A proposito di questo pochi giorni fa si è presentato in negozio un Dottore Commercialista molto indignato con una delle più blasonate case produttrici di orologi di alta gamma, il quale mi raccontava di aver acquistato due orologi molto costosi uno per sé e l’altro per la Sua Signora; entrambi danno dei problemi, quello della Signora si era improvvisamente fermato e nei mesi successivi all’attesa di questa riparazione in garanzia, in quello da uomo si era rotta la molla. Non le dico il prezzo di preventivo per le riparazioni, e nemmeno il tempo intercorso per solo i due preventivi, ma sta di fatto che dopo mesi il cliente è ancora in attesa dei suoi orologi, e mi diceva che era anche perplesso nel pensare se questi saranno riparati bene, ed è pronto a testimoniare questo con tutti i documenti. Purtroppo questa situazione che si è creata non fa piacere perché viene lesa la libertà delle persone che non possono più scegliere dove far riparare le loro cose, e noi come Orologiai siamo penalizzati e sottovalutati come degli incapaci a svolgere il nostro lavoro”.

Roberto Castania si dice invece “amareggiato e molto dispiaciuto” per essere stato trattato, nel mio articolo, “da assemblatore di orologi falsi”.
Il Signor Castania difende, giustamente, la sua professionalità e scrive: “Ho trenta anni di carriera alle spalle e quattro generazioni di orologiai da padre in figlio e solo perché un collega ha ottenuto l’assistenza ufficiale del brand, io non posso avere i ricambi e lui sì. […] La invito ad avere un parere più obiettivo, e come diceva sempre mio papà, ci sono orologiai con la ‘O’ maiuscola e orologiai con la ‘o’ minuscola e non orologiai che possono avere i ricambi e chi no”.

Roberto Piancatelli ne fa inizialmente una questione di libertà personale del cliente che deve essere messo nelle condizioni di decidere liberamente cosa fare del proprio orologio e a chi affidarsi per l’assistenza. La tesi è, letteralmente, questa:
L’orologio è mio e ne faccio quello che voglio ma soprattutto da chi voglio e alla spesa che più mi aggrada” e, anche “se il mio orologio abbisogna di ricambi originali devo avere la giusta assistenza ma secondo le leggi del libero mercato devo poter scegliere dove dirigere il mio investimento”.

Piancatelli svolge poi una serie di riflessioni sulla lievitazione dei costi per l’assistenza gestita direttamente dalla Case e sul business che le stesse ricavano in questo modo, intralciando la libera competizione di mercato e gravando sulle tasche dei consumatori. Dopo avere posto provocatoriamente il dubbio secondo cui il mercato del falso potrebbe non essere così devastante per le Case, in quanto potrebbe avere “dei risvolti pubblicitari”, Piancatelli reputa “anacronistico ed illegale” il fatto che le Case svizzere vogliano imporre in Italia le loro leggi e riconosce poi l’importanza di aprire “un coerente dialogo” con le Case allo scopo di “trovare un giusto accordo per entrambi”. Poi però, emerge un certo pessimismo sull’esito della vertenza attualmente all’esame della Corte di Giustizia: “Se la corte darà ragione a noi sicuramente le Case troveranno il modo di boicottarci, se invece il torto prevarrà le cose andranno avanti così: i ricambi al mercato nero e a prezzi altissimi e uno sviluppo sempre più fiorente del falso, dopodiché l’orologiaio si estinguerà e anche le Case ne avranno la carenza; ai nostri figli solo usa e getta!”.

La lettera che mi permetto di considerare più completa ed argomentata è quella inviata da Pierluigi Doni, Presidente della categoria Orafi Orologiai di APA Confartigianato, il quale lamenta che il mio articolo abbia presentato gli orologiai riparatori professionisti indipendenti “come pasticcioni e pressappochisti”.

Così argomenta il Presidente Doni: “Le ricordo che la generazione che attualmente ha maturato l’esperienza e la competenza per le riparazioni di alta gamma è stata preparata fino a fine anni novanta dalle stesse case orologiere Svizzere che oggi negano i ricambi originali necessari per le riparazioni; le motivazioni addotte sembrano abbastanza pretestuose in quanto i colleghi che ultimamente, stanchi delle continue vessazioni, hanno chiuso l’attività sono stati prontamente assunti senza problemi dai centri assistenza delle stesse Maison blasonate. Questa situazione porterà all’estinzione della categoria perché i giovani non hanno prospettiva nell’intraprendere la professione autonoma e se anche fossero portati all’orologeria finirebbero per passare la vita da dipendenti nei grossi centri di assistenza senza lo stimolo che noi abbiamo per ricercare la perfezione tanto che i nostri clienti fidelizzati sanno che gli oggetti lasciati in riparazione saranno trattati con la massima cura e direi quasi affetto.
Le Case orologiere si sono autoproclamate paladine della qualità delle riparazioni e pretendono di tenere sotto tutela per tutta la vita, uniche in tutti i settori commerciali, i prodotti da loro venduti con la scusa del mantenimento del valore ma vogliamo credere che il cliente quando arriva a considerare l’acquisto di un orologio di alta gamma possa essere anche maturo per decidere a chi affidare il suo orologio per le riparazioni future? Le aziende paventano anche l’utilizzo di ricambi originali per riparazioni o assemblaggi di falsi! Possono spiegare quanto costerebbe un falso assemblato con ricambi e come può essere possibile, come esempio, utilizzare due referenze 540 del calibro 3135 (gli esperti capiranno) per riparare un ETA 2892/2 o addirittura un calibro cinese? E’ vero invece che questa restrizione ha creato un mercato nero di ricambi originali da parte di persone che lucrano chiedendo 3-4 e a volte anche 10 volte il valore del ricambio stesso sbugiardando la sostenuta severità dei controlli da parte delle aziende. E’ questa situazione insostenibile che ha portato gli orologiai indipendenti a creare la CEAHR (Confederazione Europea Artigiani Orologiai Riparatori) in quanto i problemi di approvvigionamento esistono in tutta Europa. Devo precisare che la Commissione Europea per la libera concorrenza non ha dato torto agli orologiai ma, dopo 4 anni di richieste di documenti incontri e richieste di chiarimenti, ha rigettato il reclamo con motivazioni abbastanza superficiali, non da ultimo la irrilevanza economica della questione tale da non doversi spendere risorse per approfondire e dirimere la questione!?!?!? E’ questo rifiuto a prendere decisioni che ci ha portati al ricorso alla Corte di Giustizia, all’apertura di un’istruttoria da parte dell’ AGCM (Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato) e alle manifestazioni di piazza... Si erano mai visti orologiai protestare in piazza per la difesa del loro diritto di lavorare? Alla luce di queste considerazioni Le faccio una proposta: perché LA CLESSIDRA, come organo di informazione di ASSOROLOGI, non organizza un incontro-convegno (magari anche con altra stampa di settore che con le varie rubriche riservate ai lettori ha il sentore degli umori dei lettori-consumatori) in cui le parti si possano confrontare direttamente con chiarezza e serietà?”

Per parte mia non credo di dovere riprendere tutte le considerazioni che ho cercato di esporre nel mio articolo di Gennaio-Febbraio, né di dovere cercare a mia volta di replicare alle considerazioni, spesso condivisibili e di buon senso, altre volte dettate da una vis polemica comprensibile ma un po’ fuori misura, che questi qualificati rappresentanti della categoria degli orologiai riparatori hanno espresso. Mi limito ad osservare come il tema sia complesso ed implichi la necessità di contemperare valori ed interessi che, con ogni evidenza, non stanno tutti da una parte. L’ho già scritto e lo ribadisco: se gli orologiai indipendenti hanno le loro buone ragioni, abbondantemente illustrate sopra, credo che il buon senso dovrebbe indurre tutti a pensare che nessuna Casa di Orologeria ha interesse a scontentare il proprio consumatore finale vendendogli un prodotto impossibile o carissimo da riparare, soprattutto se si tratta di Case di prestigio, con una presenza consolidata sul mercato, che puntano sull’alto livello qualitativo e di immagine del proprio brand. Se davvero vi fosse qualche Casa più interessata ad accaparrarsi il business dell’assistenza tecnica a discapito della soddisfazione del cliente, il mercato stesso non mancherà di ripagarla con la moneta che merita.

Stampa questa pagina