Accordi verticali tra imprese e distribuzione selettiva: IN ARRIVO NUOVE REGOLE
A cura di Andrea Arnaldi | Pubblicato su La Clessidra di Novembre/Dicembre 2010

Stanno per cambiare le regole che disciplinano, rendendoli talvolta leciti in deroga al divieto di ordine generale, i cosiddetti accordi verticali tra imprese. Infatti, la Commissione Europea ha varato nella primavera del 2010 un nuovo Regolamento (il numero 330 del 2010) in materia di accordi verticali e pratiche concordate.

Il Regolamento, datato 20 aprile e pubblicato il 23 aprile 2010, si trova adesso nel periodo transitorio che lo poterà, dal 1° giugno 2011, alla piena applicazione sull’intero territorio dell’Unione Europea.

Gli “accordi verticali” sono gli accordi di distribuzione e di fornitura di beni o servizi conclusi tra imprese operanti, ciascuna, ad un diverso livello della catena di produzione o di distribuzione quali, ad esempio, quelli tra produttori e grossisti o dettaglianti. Si tratta, come è noto, di un tipo di accordo che interessa molto da vicino la realtà distributiva italiana dell’orologeria, dal momento che esistono diversi accordi contrattuali che disciplinano diritti e doveri delle imprese che producono, importano e distribuiscono orologi sul territorio nazionale, dando vita a sistemi di distribuzione selettiva basati su una rete ristretta di Concessionari.

La materia è disciplinata dal Regolamento 2790 del 1999, che cesserà di avere valore allo scadere del periodo transitorio del nuovo Regolamento e quindi, come detto, il 1° giugno 2011.

Perché l’Unione Europea si occupa di questo argomento? Lo scopo è quello di garantire alle imprese un’ampia libertà relativamente alle modalità di distribuzione prevedendo al contempo le misure necessarie affinché la Commissione e le Autorità garanti degli Stati membri possano contrastare in maniera efficace quelle pratiche che sono ritenute di ostacolo all’accesso al mercato nonché restrittive della concorrenza. Si tratta, in altri termini, di contemperare l’interesse delle imprese per una organizzazione della propria rete distributiva che sia libera e calibrata sulle esigenze del mercato di riferimento con l’esigenza di impedire pratiche commerciali in grado di limitare senza motivo o impedire il libero svolgimento della concorrenza tra imprese, che resta un cardine basilare della politica economica e commerciale dell’Unione.

E’ bene ricordare che l’art. 101, par. 3, del Trattato sul funzionamento dell’UE (in precedenza art. 81.3 Trattato CE) fissa un divieto generale avente ad oggetto tutti gli accordi, le decisioni nonché le pratiche concordate di imprese (o associazioni di imprese) “che possano pregiudicare il commercio tra Stati membri e che abbiano per oggetto e per effetto di impedire, restringere o falsare il gioco della concorrenza all’interno del mercato comune”.

In particolare, nell’ambito degli accordi vietati, la suddetta norma richiama espressamente quelli diretti a:
a) fissare direttamente o indirettamente i prezzi d’acquisto o di vendita ovvero altre condizioni di transazione;
b) limitare o controllare la produzione, gli sbocchi, lo sviluppo tecnico o gli investimenti;
c) ripartire i mercati o le fonti di approvvigionamento;
d) applicare, nei rapporti commerciali con gli altri contraenti, condizioni dissimili per prestazioni equivalenti, così da determinare per questi ultimi uno svantaggio nella concorrenza;
e) subordinare la conclusione di contratti all’accettazione da parte degli altri contraenti di prestazioni supplementari, che, per loro natura o secondo gli usi commerciali, non abbiano alcun nesso con l’oggetto dei contratti stessi.

La Commissione Europea parte da queste asserzioni invalicabili, ma riconosce che possono sussistere situazioni specifiche in grado di giustificare l’esistenza di accordi verticali che introducano limiti ad una distribuzione totalmente libera e deregolamentata. Lo scopo di questo Regolamento, come già del precedente del 1999, è precisamente quello di individuare in quali casi un accordo distributivo tra imprese possa essere esentato dal divieto generale di intese commerciali.

Il precedente Regolamento 2790/1999 aveva istituito una sorta di “zona di sicurezza” rendendo inapplicabile la disciplina del Trattato (cioè il divieto assoluto) agli accordi conclusi da imprese che detengono una quota di mercato che non supera il 30%.

Le disposizioni del nuovo Regolamento, che così come le precedenti devono essere lette ed interpretate alla luce delle nuove Linee Guida della Commissione, pubblicate il 20 Aprile 2010, tengono conto dello sviluppo di Internet, negli ultimi 10 anni, come forza trainante per le vendite on-line e per il commercio transfrontaliero.

Si tratta di un fattore che ha modificato radicalmente le dinamiche distributive dal momento che Internet travalica i limiti geografici e territoriali, aumenta la facoltà di scelta dei consumatori e la concorrenza basata sui prezzi.

In particolare, le Linee Guida rappresentano lo strumento fondamentale per una corretta interpretazione ed applicazione delle disposizioni del Regolamento poiché contengono le definizioni e le istruzioni necessarie.

Una specifica sezione delle Linee guida è inoltre dedicata all’analisi di specifiche fattispecie di restrizioni verticali quali il monomarchismo, la distribuzione esclusiva, l’attribuzione esclusiva di clienti, la distribuzione selettiva, gli accordi di franchising, gli accordi di fornitura esclusiva, i pagamenti anticipati per l’accesso, gli accordi di gestione per categoria, la vendita abbinata e le restrizioni relative ai prezzi di rivendita.
In generale, poi, viene confermato il principio di base della libertà per le imprese di decidere le modalità di distribuzione dei propri prodotti, a condizione che gli accordi non prevedano la fissazione dei prezzi o altre restrizioni fondamentali e che sia i produttori che i distributori non detengano una quota di mercato superiore al 30%.
In particolare, le esenzioni previste nel testo si applicano a condizione che la quota di mercato detenuta dal fornitore non superi il 30% del mercato rilevante in cui esso vende i beni o servizi contrattuali e la quota di mercato detenuta dall’acquirente non superi il 30% del mercato rilevante in cui esso acquista i beni o servizi contrattuali.
In base alla nuova normativa, pertanto, la soglia di riferimento per l’acquirente riguarderà il mercato in cui acquista un prodotto e non più il mercato in cui si vende questo prodotto.

Nonostante il permanere di molte incertezze riguardo ai metodi di calcolo delle rispettive quote di mercato, le nuove disposizioni fissano dunque il medesimo limite per i distributori e per i rivenditori al dettaglio, in considerazione del fatto che anche alcuni acquirenti possono detenere un potere di mercato con effetti potenzialmente negativi per la concorrenza. Questo cambiamento viene presentato come una misura a vantaggio delle piccole e medie imprese (PMI), siano esse produttori o rivenditori al dettaglio, che potrebbero altrimenti essere escluse dal mercato della distribuzione.

Le nuove disposizioni, come detto, riguardano anche la più specifica questione delle vendite on-line. I distributori, infatti, una volta autorizzati, devono essere lasciati liberi di vendere i propri prodotti e/o servizi tramite internet così come nei tradizionali negozi e punti vendita fisici, senza limitazioni riguardo alle quantità, ai prezzi e all’ubicazione dei clienti, mentre i produttori, dal canto loro, non possono limitare le quantità vendute su Internet o applicare prezzi più elevati per i prodotti da vendere on-line.

I produttori possono naturalmente scegliere i distributori sulla base di standard di qualità per la presentazione dei prodotti, indipendentemente dal fatto che essi operino off-line o on-line. Possono anche decidere di vendere soltanto a rivenditori che hanno uno o più negozi “non virtuali” in modo che i consumatori possano fisicamente vedere e provare i loro prodotti.

Le Linee Guida chiariscono inoltre il concetto di vendite “attive” e “passive” per la distribuzione esclusiva, precisando a tal proposito che, nelle vendite on line, non sarà consentita l’interruzione della transazione o il re-indirizzamento dei consumatori al sito di altro operatore dopo che sono stati inseriti i dettagli di una carta di credito da cui risulti l’area geografica di residenza del cliente finale.

Occorre inoltre precisare che la disciplina in esame non comporta che gli accordi verticali, che non possono considerarsi automaticamente autorizzati in virtù del Regolamento in esame, dovranno necessariamente essere considerati illegali. Infatti, analogamente a quanto già avveniva in vigenza della precedente disciplina, i medesimi accordi dovranno costituire oggetto di una valutazione individuale da parte delle imprese (le quali sono chiamate a svolgere il c.d. “self assessment” in merito alla compatibilità con il Trattato degli accordi che intendono stipulare), ai sensi delle richiamate Linee Guida sulle restrizioni verticali, al fine di verificare se contengono clausole restrittive e se queste siano giustificate (così come già avveniva con la normativa vigente in precedenza).

Attenzione infine a non credere che sia necessario un contratto scritto per ricadere nel campo di interesse delle autorità di controllo: la Commissione ha mantenuto la possibilità di dimostrare l’esistenza di un accordo verticale, sulla base di una mera acquiescenza tacita di una delle parti. Secondo il nuovo testo, infatti, le Autorità preposte alla tutela della concorrenza avranno la possibilità di affermare l’esistenza di un accordo verticale unicamente in base al comportamento tenuto e senza alcuna prova in merito alla sussistenza di un’effettiva volontà in tal senso da parte dei soggetti coinvolti.

La tematica è di grande rilevanza: non mancheremo di riprenderla più avanti, quando si avvicinerà la data di effettiva operatività del nuovo Regolamento.

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