La contraffazione "lecita"?
pubblicato su La Clessidra di Marzo-Aprile 2000

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Una recente notizia riportata con risalto dalla stampa nazionale ha certamente suscitato reazioni di perplessità e di incomprensione: secondo la Suprema Corte di Cassazione non vi sarebbe nulla di illecito nella vendita (ambulante ed abusiva) di merce contraffatta. Una sorta di “vu cumprà” liberalizzato, almeno a sentire i commenti dei giornali.

Siccome una lettura attenta delle motivazioni della sentenza consente di mitigare di molto gli “entusiasmi” per questa presunta nuova liberalizzazione commerciale, ci sembra interessante andare a vedere gli esatti termini del problema.

La sentenza in questione è la numero 1331/2000 della Quinta Sezione Penale della Cassazione, depositata il 23 febbraio 2000: ebbene, in nessuna parte della sentenza si legge che il commercio di prodotti contraffatti è liberamente ammesso, né che la contraffazione, in sé considerata, non costituisca reato. Il fatto oggetto di giudizio è uno degli innumerevoli episodi di vendita di merce contraffatta (nella fattispecie audiocassette prive di bollino SIAE) ai quali assistiamo quotidianamente e che, nelle sue forme più gravi, colpisce principalmente il settore dell'orologeria, della pelletteria e dell'abbigliamento.

Cosa ha deciso la Suprema Corte? L'illecito contestato all'imputato è il reato di commercio di prodotti con segni falsi (art. 474 c.p.), rientrante nella più ampia categoria dei delitti contro la fede pubblica, la cui finalità è quella di salvaguardare la buona fede del consumatore e non di combattere la contraffazione, o l'abusivismo commerciale. Ai fini della sussistenza di tale fattispecie penale, occorre che la condotta criminosa (cioè la messa in commercio di prodotti con marchi contraffatti o alterati) sia idonea a ledere il bene giuridico tutelato dalla norma incriminatrice e cioé la fede pubblica.

Nel caso di specie, la Corte ha ritenuto che il “falso”, essendo facilmente riconoscibile per la grossolanità della contraffazione e per il prezzo “vile” del prodotto, non fosse idoneo a trarre in inganno l'acquirente. Ad avviso della suprema Corte anche una “persona di media esperienza e diligenza” è in grado di verificare la grossolanità dei marchi, qualora gli elementi del prodotto, evidente scarsità qualitativa e prezzo eccessivamente basso, rispetto al prezzo di mercato, “siano rivelatori del fatto che il prodotto non può provenire dalla ditta di cui reca il marchio”.

Dalla motivazione della decisione della suprema Corte si può, dunque, evincere che il reato di cui all'art. 474 c.p. non sussiste ogni volta che manca l'idoneità del marchio contraffatto a trarre in inganno l'acquirente, ma da tale principio non può farsi derivare l'assunto che la “contraffazione”, di per sé considerata, sia consentita.

L'ordinamento prevede, infatti, altri strumenti per contrastare tale fenomeno: basti pensare alle disposizioni in materia di concorrenza sleale e ai reati a tutela dell'economica pubblica, dell'industria e del commercio (art. 514 c.p., frode contro le industrie nazionali, art. 515 c.p., frode nell'esercizio del commercio; art. 517 c.p., vendita di prodotti industriali con segni mendaci). Per quanto riguarda, poi, il fenomeno dell'abusivismo commerciale, non spetta alla Cassazione penale pronunciarsi su tale questione.

Le sanzioni amministrative, previste in caso di commercio ambulante senza autorizzazione, restano comunque sempre applicabili, a prescindere dal tipo di merce venduta dal commerciante, privo del titolo autorizzatorio.

Sembra dunque di poter affermare che la decisione in esame ha una portata del tutto limitata, ben lontana dall'affermare l'ammissibilità della vendita di prodotti contraffatti e del commercio abusivo, che restano, comunque, perseguibili ai sensi della normativa ora citata. È vero, tuttavia, che questa sentenza presta il fianco a qualche motivato rilievo critico che riteniamo opportuno segnalare. Innanzitutto, sembra criticabile la mera cassazione della sentenza di secondo grado, senza rinvio ad altro giudice.

Posta l'inapplicabilità della norma posta a tutela della “fede pubblica”, sarebbe stato infatti opportuno che il giudice di merito fosse stato chiamato a verificare la possibilità di dare una diversa qualificazione all'illecito commesso dall'imputato.

Inoltre, la Cassazione si è limitata a valutare la sussistenza del reato, di cui all'art. 474 c.p., dimenticandosi che l'imputato era stato chiamato a rispondere anche del diverso reato di commercio di musicassette non contrassegnate dalla SIAE (ora disciplinato dall'art. 171 ter della Legge 633/41), diretto a tutelare un bene ben diverso dalla fede pubblica, ovvero il diritto d'autore.

Comunque, al di là delle riserve cui la sentenza dà luogo, il caso esce notevolmente ridimensionato: non vi è un via libera giurisprudenziale alla frode in commercio, reato grave e diffuso che genera in Italia un giro d'affari annuo stimato in 6/10 mila miliardi di lire e che colpisce in misura notevole l'orologeria di marca. Magra consolazione per le aziende continuamente danneggiate da questa pratica criminale ed impegnate da tempo nella ricerca di soluzioni efficaci, in grado di ostacolare la fiorente industria del falso nonché lo spregiudicato atteggiamento di consumatori troppo spesso indulgenti verso la produzione contraffatta e quindi, di fatto, complici nella commissione dell'illecito.

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